L’AMORE SPENTO

Contro la violenza sulla donna.

L’AMORE SPENTO.
Sento ancora il tuo respiro
che mi alita addosso
il tuo ansimare preludio
di possesso carnale
di ferita mortale
di un’anima persa
per mano animale.
Non ti resta nient’altro
di questo momento,
la vita e la luce
di colpo tu hai spento,
un cuore che amava
era luce nel mondo,
tu abitante di un Ade profondo
non colpisti soltanto il mio corpo
col tuo gesto l’amore è già morto!

Marcello Soro

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IL GIUSTO ELEMENTO

IL GIUSTO ELEMENTO.

Inaspettato e ameno
mi appare un arcobaleno
ricco di bei colori,
profonde sensazioni
m’inchiodano il pensiero
in seno a quel mistero
che avvolge più di un mondo
nei quali mi confondo,
mi aggrappo ad un sostegno
in questo opaco regno;
cerco la congiunzione
tra Dio e la Ragione,
e cosa lega allora
quest’arco che colora
tutto l’intero mondo
rendendolo fecondo,
questa scala cromatica
purché non sia dogmatica
e cerco l’elemento
che dia il giusto accento
tra quello che è il vedere
e l’altro che è il sentire.
Mettendoci l’amore
tra quei sette colori
si trova anche l’unione
tra Dio e la Ragione!

Marcello Soro
D.R.

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Cent’anni di Caporetto 1917/2017

1917/2017-A CENT’ANNI DA CAPORETTO…PER NON DIMENTICARE!

[…] Molti anni dopo, durante i miei itinerari percorsi alla riscoperta di un passato remoto che mi apparteneva per una duplice ragione, come figlio e come italiano, sono andato a visitare quei luoghi di sofferenza e di morte. Era una voce interiore che mi guidava lungo quelle strade dove un tempo c’erano prati e filo spinato e fischiavano insieme al vento le granate austriache cercando di comprendere l’incomprensibile.
Vedevo intorno a me migliaia di ragazzi, della tua età e anche più giovani, spaventati, mutilati che procedevano verso il buio della morte, quella stessa morte che aveva già rapito innumerevoli compagni i cui corpi giacevano riversi sul terreno o intrappolati tra gli uncini del filo spinato come dei burattini abbandonati dai loro giostrai.
Quella striscia di terra si chiamava Caporetto, ma sul cartello stradale lessi Kobarid. Non era più in Italia ma in Slovenia.
Girai per ore cercando nella mia fantasia dove poteva aver combattuto mio padre, dove poteva essere quella buca dove vide la falce mortale davanti a lui che cercava di strapparlo alla vita: girai a lungo in una ricerca impossibile in quel luogo dove i nostri soldati dovettero soccombere e ritirarsi quel lontano giorno del 24 ottobre del 1917, da quel luogo che si chiamava Caporetto. Nel mio girovagare mi trovai infine davanti ad un piccolo museo italiano e vi entrai.
C’erano dei moschetti antiquati e non automatici come quelli usati dalle truppe austriache, degli elmetti che non proteggevano dai proiettili, al massimo da qualche sassata; vidi delle gavette di alluminio niente affatto termiche per cui d’inverno spesso l’acqua all’interno si congelava con facilità.
In quel museo c’erano anche dei manichini con indosso l’abbigliamento originale dei nostri soldati e notai che al posto degli stivali avevano fasce di stoffa intorno ai polpacci e pensai a quanto doveva aver sofferto mio padre per il freddo, la paura di morire, il dolore delle ferite subite: la sua giovane età rubata per un pezzo di terra che ora non viene nemmeno più chiamata con la nostra lingua. Per quell’onore di soldato che contribuì alla formazione di questa Nazione, mio padre fu fregiato del titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto e con un assegno risarcitorio da parte dello Stato Italiano di cinquemila lire (!), che gli pervenne nel novembre dell’anno 1968, ben cinquanta anni dopo la fine di quell’atroce guerra.
Tu non sai quanti nostri giovani soldati della tua età furono fucilati mentre indietreggiavano sotto il fuoco nemico proprio dagli stessi compagni che dovevano obbedire a quest’ordine vergognoso ricevuto dal Comando.
Quei giovani soldati non erano vigliacchi, come affermò il generale Cadorna che la Storia ha qualificato come incapace, e lo dimostrarono a Vittorio Veneto […]

Dal mio romanzo “L’Utopia di Angelo Satta-Un uomo libero”

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Io grido

Io grido

Io grido al buio
il mio dolore
ma è così scuro
che non mi vede,
io grido all’uomo
che ho davanti
ma è sordo
alle mie implorazioni,
lo grido al mare
che è infinito
ma esso affoga
tra le sue onde,
allora grido al vento
affinché lo porti
lontano tra chi ha
orecchie e cuore
per sentire
il grido di dolore
per questa umanità
che soffre di solitudine
nel chiasso più assordante!

 
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