Cent’anni di Caporetto 1917/2017

1917/2017-A CENT’ANNI DA CAPORETTO…PER NON DIMENTICARE!

[…] Molti anni dopo, durante i miei itinerari percorsi alla riscoperta di un passato remoto che mi apparteneva per una duplice ragione, come figlio e come italiano, sono andato a visitare quei luoghi di sofferenza e di morte. Era una voce interiore che mi guidava lungo quelle strade dove un tempo c’erano prati e filo spinato e fischiavano insieme al vento le granate austriache cercando di comprendere l’incomprensibile.
Vedevo intorno a me migliaia di ragazzi, della tua età e anche più giovani, spaventati, mutilati che procedevano verso il buio della morte, quella stessa morte che aveva già rapito innumerevoli compagni i cui corpi giacevano riversi sul terreno o intrappolati tra gli uncini del filo spinato come dei burattini abbandonati dai loro giostrai.
Quella striscia di terra si chiamava Caporetto, ma sul cartello stradale lessi Kobarid. Non era più in Italia ma in Slovenia.
Girai per ore cercando nella mia fantasia dove poteva aver combattuto mio padre, dove poteva essere quella buca dove vide la falce mortale davanti a lui che cercava di strapparlo alla vita: girai a lungo in una ricerca impossibile in quel luogo dove i nostri soldati dovettero soccombere e ritirarsi quel lontano giorno del 24 ottobre del 1917, da quel luogo che si chiamava Caporetto. Nel mio girovagare mi trovai infine davanti ad un piccolo museo italiano e vi entrai.
C’erano dei moschetti antiquati e non automatici come quelli usati dalle truppe austriache, degli elmetti che non proteggevano dai proiettili, al massimo da qualche sassata; vidi delle gavette di alluminio niente affatto termiche per cui d’inverno spesso l’acqua all’interno si congelava con facilità.
In quel museo c’erano anche dei manichini con indosso l’abbigliamento originale dei nostri soldati e notai che al posto degli stivali avevano fasce di stoffa intorno ai polpacci e pensai a quanto doveva aver sofferto mio padre per il freddo, la paura di morire, il dolore delle ferite subite: la sua giovane età rubata per un pezzo di terra che ora non viene nemmeno più chiamata con la nostra lingua. Per quell’onore di soldato che contribuì alla formazione di questa Nazione, mio padre fu fregiato del titolo di Cavaliere di Vittorio Veneto e con un assegno risarcitorio da parte dello Stato Italiano di cinquemila lire (!), che gli pervenne nel novembre dell’anno 1968, ben cinquanta anni dopo la fine di quell’atroce guerra.
Tu non sai quanti nostri giovani soldati della tua età furono fucilati mentre indietreggiavano sotto il fuoco nemico proprio dagli stessi compagni che dovevano obbedire a quest’ordine vergognoso ricevuto dal Comando.
Quei giovani soldati non erano vigliacchi, come affermò il generale Cadorna che la Storia ha qualificato come incapace, e lo dimostrarono a Vittorio Veneto […]

Dal mio romanzo “L’Utopia di Angelo Satta-Un uomo libero”

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